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PAIN: Coming Home

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26/09/2016
65


Genere: Electronic Gothic Metal/Rock
Etichetta: Nuclear Blast
Distro:
Anno: 2016

Da quanto tempo Peter Tagtgren non fa un vero e proprio album industrial metal? Almeno quindici anni. I primi due Pain lo erano, poi le melodie sputtanate hanno affossato un progetto validissimo, ovviamente da 'Nothing Remains The Same' è arrivato il successo commerciale, ma per chi il metallo lo mastica, e per chi l'industrial lo fagocita, era arrivato il tempo di mettere una bella croce sopra questo nome. Viene definito un hobby al di fuori degli Hypocrisy? Bene, ci si rivolgerà a altri nomi che lo fanno molto più seriamente questo tipo di musica, OOMPH! o :wumpscut: ad esempio. In sostanza siamo davanti a mere infiltrazioni di industrial, perché il succo è uno squadratissimo metal moderno, con elementi di gothic, di elettronica e ora anche sinfonici.  Il che, se sommato alla solita produzione da kolossal, fa pericolosamente avvicinare alcuni frangenti ai Nightwish più poppeggianti, fateci caso. Anche lì riff di poche note, zero fantasia e svolazzi di violini qua e là. L'ottavo album dei Pain vede il sommo Pete coadiuvato dal figlio diciassettenne alla batteria e putroppo al tastierista dei Carach Angren, a quest'ultimo cui va tutto il biasimo possibile per aver utilizzato le stesse pessime orchestrazioni che affossano la sua band madre. La verità è che ci sono episodi di 'Coming Home' peggiori rispetto alle precedenti uscite dei Pain e altri migliori perché diversi. Si fa piacere la apertura in odore di Volbeat, anche se non è più una sorpresa, visto che l'abbiamo già sperimentato questo trucchetto nell'album del 2009, 'Cynic Paradise'. Un flavour di classic rock si trova anche nelle percussioni di "Natural Born Idiot", in cui comunque si rimesta nel solito guazzabuglio di stili. Si sprofonda nell'ignomina con l'insulsa "Call Me", tutta ritornello, si risale con un pezzo decisamente ispirato come "A Wannabe". Ecco, i nuovi Pain, i migliori Pain sono quelli che giocano con le chitarre acustiche e lo dimostra anche la iper melodica title track, con batteria molto anni Ottanta e lontanissima dal metal, putroppo il tizio dei Carach Angren imperversa e gli pseudo-fiati sono terribili, dal suono alla melodia banalissima, che dovrebbe essere bandita e per lo meno punita col taglio di una mano se si pensa che è presente in un disco che viene presentato come "metal". Sì, è divertente, molto più dei suoi immediati predecessori, è pià gustoso e vario, ma bisogna silenziare il TT (Tremendo Tastierista) e poi si inizia a ragionare. Di industrial ce n'è poco, di metal anche. Fate voi.

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