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OVERKILL: WHITE DEVIL ARMORY

data

26/07/2014
72


Genere: Thrash Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Distro: Warner
Anno: 2014

Parafrasando una pubblicità di qualche anno fa, si potrebbe dire: "Overkill! E sai cosa ascolti!". Sì, perchè il diciassettesimo vagito discografico dei newyorchesi non si sottrae alla linea tenuta per questi trentaquattro anni, thrash potente e maligno, che però a nostro parere segna un passo indietro rispetto ai due dischi precedenti sia a livello di songwriting, sia a livello di produzione; quest'ultima ricorda quella di 'W.F.O.', ovvero compressa e fin troppo sbilanciata verso i bassi. Vero che D.D.Verni è una delle due colonne portanti della band, ma un maggior bilanciamento sullo stile di quanto fatto da Peter Tägtgren su 'Ironboud' non avrebbe guastato. Certo, come nel caso dei Tankard, non ci aspetta dagli Overkill chissà quale mirabolante innovazione, e sinceramente non se ne sente il bisogno, resta il fatto che dopo due ottimi album ci si aspettava anche il terzo, ed invece arriva questo "normale" 'White Devil Armory', album che conferma la oramai rodata line up in pista dal 2005 - e per gli Overkill è un record! Il sound è coeso, i balbettii di alcuni dischi evitabili della loro alterna carriera, dovuti anche ad un continuo andirivieni di componenti, sono un lontano ricordo, qui c'è tensione dall'iniziale "Armorist" - di cui si può vedere il lyric video qui sotto - fino alla conclusiva "In The Name", e già il fatto che non partano sbadigli è una buona cosa, ma siamo lontani dal chiamare 'White Devil Armory' un capolavoro. E' risaputo che gli Overkill dal vivo siano una macchina inarrestabile, probabilmente la miglior live band del pianeta e da questo si capisce perchè alcune mazzate tipo la già citata opener, la successiva "Down To The Bone", "Pig" o "Where There's Smoke" abbiano ingrossato la lista di brani tritura palchi dei cinque metallers, mentre laddove l'atmosfera si fà più plumbea, cioè nella conclusiva "In The Name" o "Another Day To Die", la band zoppica un poco, facendo rimpiangere "Overkill II (The Nightmare Continues)", o la stupenda "Horrorscope"; poco male alla fine, quando si sente che il buon "Blitz" fa ancora la parte del leone, nonostante il tumore al naso nel 1998 e l'ictus quattro anni più tardi, si sente l'irrefrenabile voglia di sbattere il capoccione oramai grigiocrinito come almeno una volta si può fare in ogni album degli Overkill e se Dave Linsk - diventato l'axeman più longevo della band - ci fà per l'ennesima volta dimenticare Bobby Gustafson, dimostrandosi ispirato come su ogni disco da lui inciso, si spengono così anche le assurde voci - chissà da chi messe in giro... - di reunion con i compagni di inizio carriera, un a vera e propria assurdità tenuto conto di come la band sta tenendo alto il proprio nome passando indenne, o quasi, da mode e presunte "nuove sensazioni" che durano da Natale a S.Stefano! Insomma, il cerchio si chiude, riprendendo la frase con cui abbiamo aperto questa recensione, sapete cosa ascolterete se acquisterete questo album, e chi stima gli Overkill, come chi scrive, lo farà di sicuro. E poi se passeranno da queste parti, non si perderà il loro fenomenale stage act!

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