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ONE MASTER: Lycanthropy Burrowing

data

21/07/2017
72


Genere: Black Metal
Etichetta: Eternal Death
Distro:
Anno: 2017

Gli One Master non sono una one man band, a dispetto del nome. Totale e assoluta devozione al suono norvegese: questo si trovava nei loroprimi due dischi lunghi. Tradizionali quanto volete, ma fati bene, anche i Throne of Katarsis (che non si sentono dal 2013) ci sguazzano in certe illusioni auditive, copio o non copio, copio o non copio... e alla fine boh, magari copiano pure, e ci fanno fessi e felici. Erano cose uscite pari pari da 'Under A Funeral Moon' e 'A Blaze In The Northern Sky', prodotte un pelo meglio per far sentire come suona la batteria e cantate leggermente peggio, quasi alla Abbath prima maniera, per cui ha senso ascoltarle solo se non se ne ha abbastanza di quei gloriosi Darkthrone. Il difetto più grande degli One Master è che non si sanno o non si vogliono regolare con la durata, ma con l'ormai penultimo e bellissimo 'Repulsive Blasphemy' passava tutto in secondo piano: si inglobano anche le influenze determinanti dei Krieg e dei Nightbringer coi loro riff lunghi, dando vita a un album adulto e ambizioso. Comunque non erano mica diventati i Krallice da un momento all'altro, sia ben chiaro. Oggi la stessa formazione, con il solo Valder membro fondatore, ci regala un ulteriore assaggio del proprio occultismo silvestre. 'Lycanthropic Burrowing' è degno figlio malato del suo predecessore, marcissimo e dal suono corposo, caratteristica che non si trova spesso nel black metal più ferale. Non siamo davanti al disco più agile o stupefacente del genere, anzi, da questo punto di vista è più semplice, atecnico e ripetitivo del suo prececessore ("Death Resurrection": quel ritornello lo sentiremo in tutte le salse), ma in generale le idee sono chiare e ben esposte, valorizzate al meglio da una produzione ottimale e pertanto inascoltabile per la maggior parte degli occasionali del genere. Importante è la crescita dal punto di vista dell'atmosfera ritualistica, ne sono prova i rintocchi sinistri dell'introduzione di "Will Of The Shadow" e soprattutto la spaventosa, agghiacciante e claustrofobica title track. Mi crescesse una proboscide sul palmo della mano se una delle progressioni di accordi della "The Black Bat" (suono della chitarra: stormo di pipistrelli nelle mutande, in senso buono) non è simile a quella principale di "Champagne Supernova" degli Oasis! Ancora andate dietro a quelli che ritengono gli americani negati col black metal? Eccovi serviti: che il lupo non perda mai il vizio.

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