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NAPALM DEATH: UTILITARIAN

data

15/04/2012
80


Genere: Grindcore
Etichetta: Century Media
Distro:
Anno: 2012

Mettiamo in chiaro una cosa: qui dentro c'è molta meno sperimentazione di quanto in giro si voglia far credere. Detto questo, è normale che il nuovo ennesimo parto degli irriducibili Napalm Death sarà osannato in ogni dove. Chiunque abbia apprezzato le uscite della band inglese da 'Order Of The Leech' in poi non ha motivo per rifiutare le sonore mazzate che Barney e soci ci impongono con intatta autorità. Ci sarà pure un motivo per cui si vedono pochi cloni credibili di questi signori inglesi, no? Senza andare a scomodare le componenti musicali, la prima motivazione è la sudditanza. Loro sono i re, il resto del mondo grind in posizione di tacita sottomissione. Perché con l'autorevolezza e il rispetto guadagnati in oltre vent'anni di carriera potrebbero sedersi e contemplare tutto dal loro trono, nessuno avrebbe qualcosa da ridire, il contributo offerto è spaventosamente vasto (il libro "Choosing Death" di Albert Mudrian convincerà anche i più scettici). Invece no. Benchè da una decina d'anni non ci siano segni di una sterzata considerevole al livello del sound (la svolta death dei primi '90 e quella modernista dell'incompreso 'Diatribes'), la voglia è rimasta praticamente la stessa e quindi se non possiamo dirci stupiti di queste nuove sedici tracce, tuttavia il ghigno sale spontaneo alla bocca quando sentiamo che sono inconfondibilmente i Napalm Death del nuovo millennio, i quali amano cambiare spesso le carte in tavola riuscendo a disorientare i meno avvezzi al loro mondo. Ecco spiegati i commenti troppo strombazzanti sulla grande sperimentazione e sulle novità, ecco che non basta un sax presente in un solo pezzo a rendere un album innovativo, anche se a suonarlo è quel geniaccio di Zorn, e "Everyday Pox" si rivela uno dei pezzi migliori dell'album. In fondo la voce pulita di "The Wolf I Feed", accostata fino alla nausea a quella di Burton C. Bell, dal ritornello che sa di 'Demanufacture' non può e non deve stupire chi, anche di striscio, li ha ascoltati nella seconda metà degli anni Novanta. Il mood è lo stesso. Il risultato è più spigoloso e - necessariamente - maturo, proprio per sottolineare che non sono più tentativi, i Napalm hanno metabolizzato l'esperienza alla grande. Stesso discorso per la solenne "Fall On Their Swords". Si registra un miglioramento in sede di produzione rispetto al precedente 'Time Waits For No Slave', in cui il suono usciva troppo impastato penalizzando la longevità della release. In questo caso si ritrovano confini ben definiti degli strumenti, su tutti in grande spolvero la batteria che svaria su tutto il fronte dell'estremo, con bruschi e corposi stacchi o con blast beat terremotanti il risultato è quello di un grande senso di completezza. Il video promozionale di "Analysis Paralisis" potrebbe confondere ulteriormente le idee visto che si tratta del pezzo più hardcore e diretto dell'album, così come "Circumpect" che nasconde addirittura accenni esotici (l'incipit ha una melodia che sa molto di Mastodon!). Per il resto si va sul sicuro, il sempre efficace death metal ("A Gag Reflex" è della vecchia scuola europea) e il grindcore (la fulminante "Nom De Guerre" non va capita, va solo subita) vanno a braccetto e si spintonano amabilmente per tutto il tempo, guidati dalla solita dittatoriale voce di Barney Greenway (lo sentite il gorgoglio dal profondo?) che grugnisce arcigna. Se avete amato i precedenti quattro album, allora non c'è motivo per snobbare 'Utilitarian'. Se cercate ancora una volta l'innovazione dai Napalm Death, loro che hanno inventato il grind, hanno suonato ai massimi livelli nel death, si sono reinventati almeno due volte e ora suonano un genere classificabile in astratto come "NapalmGrind", beh, forse non avete capito molto di loro.

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