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MUSE: The 2nd Law

data

15/10/2012
65


Genere: Pop Rock
Etichetta: Warner Bros
Distro:
Anno: 2012

Basta nominarli i Muse perchè si scatenino feroci dibattiti tra acerrimi detrattori, tenaci sostenitori delle loro più audaci svolte e - categoria nuova di zecca - detrattori dell'ultima ora, quelli che li criticano perchè va quasi di moda. A tutti questi il consiglio è quello di mettersi l'anima in pace. Alla fine, nonostante fiumi di inchiostro, reale o virtuale, sulle loro uscite, loro se ne infischieranno di tutte le parole dette, delle allusioni, delle offese gratuite. E daranno alle stampe il loro album. Totalmente loro, esclusivamente loro. Così è stato per 'Showbiz', nervoso e acerbo, ma già lontano dai Radiohead, fatti a brandelli dagli artigli di Bellamy e company; così è stato per gli altri album, ognuno che trovava in modo disarmante la via dell'originalità. Così è stato per 'The 2nd Law', vorremmo poter dire. Invece no, stavolta non si concretizza l'eccentricità distorta della mente di Matt Bellamy, stavolta l'ordine prevale sul genio, Apollo vince su Dioniso. Ne risulta un album con le ali tarpate, l'istintvità è repressa e incanalata. D'altronde, dopo l'iper pompato 'Resistance' non potevano che fare un passo indietro, tornando nei club in cui si ballavano dEus e Justice, solo che ora al posto loro impera Skrllex e il dubstep. Il risultato è ancora più senza tempo, ma la direzione non sembra quella giusta. Anche perchè in certi ambiti il meglio è stato dato, in passato, dagli stessi Muse. In altre parole si ciurla nel manico, si mischiano le carte e si cerca - molto più che in passato - un riferimento sicuro, qualcosa di più saldo a cui aggrapparsi: finora bastava l'ispirazione, ora non più. Allora vediamo sfilare in una parata esagerata e sfarzosa gli archi "kashmiriani" di "Supremacy", una sorta di "New Born" sotto gli acidi della presunzione, soprattutto nell'ultima parte, ma soprattutto si materializza un Bono Vox che intona la solare e funky "Big Freeze" per poi chiamare in causa un minimalismo romantico che fa sembrare "Madness" la versione notturna e urbana di "With Or Without You" (con assolo scippato ai Queen, come pure la leggerina "Panic Station"). Ma non è tutto oro questo citazionismo, addirittura "Animals" è quanto di più Radiohead potessero fare, paradossalmente assomigliano al gruppo di Thom Yorke più ora che in passato. I Muse di una volta a metà pezzo avrebbero piazzato una schitarrata da far drizzare i capelli, quelli di ora puntano sulla suadenza e sulla circolarità dei riff. Tra sgonfi pezzi cantati dal bassista e titletrack divisa in due segmenti che - coraggiosa - mischia dubstep e classica, siamo consapevoli che non è certo il lavoro per cui i Muse saranno ricordati, ma il fascino di un gruppo di fuoriclasse è tale anche nei momenti di buio.

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