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MOORE, GARY: WILD FRONTIERS

data

29/07/2003
95


Genere: Hard Rock
Etichetta: Virgin Records
Anno: 1987

Prima del suo ritorno alle origini negli anni ’90 quando Gary esprime tutto il suo amore per il blues-rock(il suo ispiratore è stato Peter Green, chitarrista e padre dei Fleetwood Mac), nonchè dopo un approdo poco felice verso sonorità più elettroniche(“A Different Beat”) ben concepite ma che non lasciano trasparire il suo autentico feeling diventato ormai un vero e proprio marchio di fabbrica, Gary lascia ai posteri, probabilmente, l’album più affascinante ed emozionante che gli sia mai capitato di scrivere: “Wild Frontiers”, ovvero quando l’anima hard rock si veste di irish traditional folk music. Gli scenari che ne risultano dopo tanto suadente incontro trovano subitanea rappresentazione in “Over The Hills And Far Away”, brano in cui ritmica danzante e tamburellante e violini dettano tempi e melodie d’altra epoca, supportati dal riffing in tema e da un ritornello che scioglie il sangue nelle vene: un classico. La song che dà il titolo all’album riprende discorsi meno etnici ma pur sempre influenzata da sonorità folk, up tempo e linee melodiche che sembrano risalire a chissà quali radici arcaiche britanniche. “Take A Little Time” e “Thunder Rising” sono gli episodi più massicci dell’album e sembrano vogliano fare da apripista a quello che sarà l’album successivo, quel “After The War” da molti considerato forse il disco più heavy dell’axe hero. Comunque, sempre due song che ben si inseriscono nel contesto tipico dell’album grazie ad un mood folk in sottofondo. La sua chitarra, poi, assume il ruolo principale in “The Loner”, cover strumentale di un misconosciuto chitarrista: Max Middleton. Le emozioni e le visioni che questa ballad riesce a far vivere sono davvero indescrivibili. Gary lascia parlare, raccontare, piangere e soffrire la sua chitarra. Un turbinio di sensazioni che fluttua tra i pensieri più disparati, di sollievo e di tristezza, note che trafiggono il cuore ma che allo stesso tempo tentano di rimarginarlo come già in passato avevamo avuto la fortuna di rivivere grazie alla spettacolare malinconia indetta da “Pariesienne Walkways”, interpretata col sempre presente Lynott. “Friday On My Mind” riprende il discorso folk momentaneamente interrotto e si presenta come il pezzo più accattivante dell’album: un continuo intrecciarsi di chitarra, keys e sonorità tradizionali irlandesi che cavalcano spediti lasciandosi dietro refrain e chorus che ti si appiccicano alla pelle senza avere possibilità di scrollarseli di dosso. “Strangers In The Darkness” e “Johnny Boy” sono gloomy song in cui emerge lo spettro dei caseggiati urbani semidistrutti dalla povertà e dalla guerra fratricida. Due inni alla memoria che albergano in quel territorio ancestrale, antico, dall’odore melanconico ma che sa essere anche gaio, paesaggistico ed incontaminato, piovoso ma solare rappresentato. Un masterpiece che ha fatto e che continua a fare storia che non aspetta altro che essere rivisitato e riascoltato ed ogni volta apprezzato in tutta la sua perdurante ed estenuante bellezza. Frutto immortale come la terra che lo ha generato. Radici spesso negate ma pur sempre ritrovate.

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