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KREATOR: Phantom Antichrist

data

05/06/2012
50


Genere: Thrash Metal
Etichetta: Nuclear Blast
Distro: Warner
Anno: 2012

Erano in pochi ad aspettarsi un lavoro diverso da questo. Chi ha ascoltato il precedente 'Hordes Of Chaos' non poteva far finta di nulla e dire che i Kreator erano tornati agli anni Ottanta: la ricerca melodica intrapresa da 'Violent Revolution' in poi aveva subìto una forte evoluzione, ma ci si stava spostando pericolosamente lontano da ogni rischio di crollo commerciale, o di impatto deleterio sulla fan base. I tempi oscuri (e sottovalutati a prescindere) dei vari 'Renewal' e 'Outcast' e quella esigenza più o meno genuina di cambiare le carte in tavola è (definitivamente?) passata. Per dirla breve, stavolta i Kreator hanno tirato i remi in barca e deciso di scontentare meno gente possibile, pur continuando in quello che era il loro percorso naturale. C'è lo zampino della Nuclear Blast dietro le scelte stilistiche di 'Phantom Antichrist'? La metamorfosi era già in atto, anche se non sarebbero certo i primi a snaturare il proprio sound dopo essere approdati sotto l'etichetta tedesca (un esempio forte su tutti: i Death Angel di 'Relentless Retribtion'). Sicuramente si tratta del disco dei Kreator che in assoluto suona meno "alla Kreator": nel pur melodico precedente album era presente una vena di cattiveria tutta loro, un thrash affilatissimo sapientemente svecchiato e reso appetibile per ogni tipo di metallaro. Qui dentro, invece, di thrash non ce n'è tantissimo, di cattiveria anche meno. Eppure il singolo di lancio, la titletrack, faceva ben sperare, niente di clamoroso, ma almeno si poteva sperare che fosse mantenuta la qualita di 'Hordes Of Chaos'. In fin dei conti, uno dei pochi pezzi che in qualche modo continuano la tradizione del gruppo e che verrà riproposto dal vivo per più di qualche anno. Ascoltando l'album, i primi campanelli d'allarme si sentono già da "Death To The World", veloce, anonima e con un preoccupante bridge incentrato su una melodia scontatissima: hanno anche dimenticato come si pesta duro? A giudicare da "From Flood Into Fire", sembra che il futuro dei Kreator siano certi mid tempo epici con cori lunghi da ripetere allo sfinimento e giusto un minutino di sfuriata con assolo. Il cambiamento è evidente in "Civilization Collapse": in altri tempi mai ci sarebbe stato il riff melodico sotto il ritornello, così come l'anthemica "United in Hate", ancora alla ricerca del coro da far cantare ai concerti, manco fossero il primo gruppo da cantina che imita i Grave Digger. Le cose peggiorano con lo scorrere della tracklist tra riferimenti più rudi ai Machine Head degli ultimi due album (quando ci va bene) e al metalcore americano di scuola As I Lay Dying (l'intro di "Your Heaven In My Hell" sembra solo aspettare Tim Lambesis, poi non arriva e ancora ritornello da abc del metal). Il troppo storpia, dovrebbe saperlo Mille Petrozza che guida la corazzata Kreator da trent'anni, eppure ci ha propinato questa overdose di chitarre armonizzate. Come se non bastasse, il tutto ha quell'aura artificiale che ammazza del tutto la longevità.

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