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GRAVE DIGGER: Clash Of The Gods

data

31/08/2012
80


Genere: Heavy Metal
Etichetta: Napalm Records
Distro:
Anno: 2012

Grave Digger, capitolo sedici. Quanti gruppi arrivano a questo traguardo? Quanti a superare i trent'anni di carriera? Pochi. Ancora di meno sono quelli che ci arrivano senza aver avuto crolli artistici vertiginosi, mostrando solo il comprensibile appannamento dell'ispirazione dovuto appunto alle montagne d'album prodotti. Tra le band sorte sulla scia degli Accept, i Grave Digger al momento sono la punta di diamante, con i Running Wild ridotti malissimo e i Rage che hanno preso un'altra strada. Avevamo temuto un ritorno non all'altezza dopo che 'The Clans Will Rise Again', ottimo disco, aveva tuttavia insistito ancora una volta sul concept scozzese: l'autocitazionismo era dietro l'angolo, così come la morte artistica visto che, se da sempre non ci sono scossoni musicalmente parlando (se escludiamo la parentesi Digger del 1987), dal punto di vista tematico i nostri avevano tenuto alto l'interesse release dopo release. Inoltre il precedente lavoro era stato il battesimo del fuoco per il nuovo chitarrista Axel Ritt, che ha preso alla grande il posto dello storico Manni Schmidt. Ecco quindi i motivi di curiosità: confermare la bontà del nuovo chitarrista e verificare se effettivamente - come nel mini cd apripista - era cambiato qualcosa nella band. Soprattutto, in 'Home At Last' non c'era traccia delle cavalcate tipiche dei tedeschi: sarebbe stato melodico e cadenzato anche l'album intero? Manco per scherzo, la dirompente "God Of Terror" annienta questi dubbi e li frantuma in mille pezzettini, vagamente priestiana nel riff iniziale in cui vediamo subito che Ritt è sempre più padrone della situazione, senza strafare, ma riempiendo della sua personalità la canzone (anche nell'assolo dalla progressione molto classica). Ci si aspettava "il solito disco", invece abbiamo avuto "il nuovo grande album dei Grave Digger". Come anticipato da 'Home At Last', i temi trattati hanno a che vedere con la mitologia greca, quindi vediamo materializzarsi davanti ai nostri occhi, grazie alla musica evocativa del quintetto tedesco i vari dei dell'Olimpo, Cerbero, Medusa, Odisseo e le sirene. L'approccio è necessariamente mutato: la crudezza delle battaglie celtiche lascia maggior spazio alle tastiere (soprattutto nei pre-chorus) allo scopo di creare una atmosfera maggiore e molto più solenne che in passato, quasi marmorea e solenne. Certo, anche negli altri album dei Grave Digger sono presenti le tastiere, ma qui con una funzione diversa e assolutamente riuscitissima (su tutti i pezzi in questo senso si staglia il simil doom della titletrack, dal testo e dal ritornello abbastanza banali, ma carica di drammaticità e pathos). Più che negli altri dischi, si ha la sensazione che anche i brani riempitivo siano nulli, o arrangiati talmente bene da mascherare la loro natura sulle prime come "Death Angel And The Grave Digger" che stona un po' con il mood dell'album, ma mette in mostra buone trovate ritmiche, oppure "Warriors Revenge" che punta praticamente solo sul suo coro pulito. Grande attenzione ai ritornelli, non più crudi come certi di 'Ballads Of A Hangman', ma spesso aperti ed eroici. La traccia migliore dell'album è probabilmente uno dei migliori pezzi della band da una decina d'anni circa, si tratta di "Medusa". Rasenta la perfezione dell'heavy metal rude e battagliero: introduzione oscura alla Black Sabbath di metà carriera, riff iniziale ficcante, strofa veloce e accompagnata dalla tastiera senza che sia lasciata sola la voce col basso, dinamicità che rende l'ascolto una goduria grazie ai rallentamenti prima del ritornello, che si fa cantare dopo mezzo ascolto. A questo proposito bisogna citare e lodare il lavoro immenso di una delle sezioni ritmiche più compatte e inossidabili dell'intero panorama metal, composta da Arnold e Becker. Senza fronzoli o sbavature, semplicemente una garanzia, pura roccia il drummer e sferragliante e concreto il bassista. Ritt, già l'abbiamo anticipato, non fa che ribadire come sia entrato da protagonista nella band, grazie ad assoli che sono melodici e anche cantabili a volte, ma che innalzano il tasso tecnico delle canzoni. Non solo grande solista: anche nell'accompagnamento non lesina lezioni di stile come le chitarre acustiche sotto alcuni ritornelli (arpeggiate per "Helldog", accordi semplici per "Walls Of Sorrow", dall'assolo ultra epico). Alla luce di grandi speed song, anche la già conosciuta "Home At Last", che presa singolarmente non impressiona, costituisce un tassello fondamentale dell'album, epica e nostalgica conclusione di un viaggio (manco tanto lungo, tre quasti d'ora scarsi), in cui navigando nel Mar Egeo siamo riusciti ancora a farci rapire da questo grande gruppo tedesco, nonostante la evidente mancanza d'originalità di alcune parti (il ritornello di "Call Of The Sirens" l'abbiamo ascoltato chissà quante volte, e dagli stessi Grave Digger). Ma la perfezione i cinque tedeschi non l'hanno mai trovata, forse mai cercata: solo che anche questa volta hanno offerto una prestazione da signori dell'heavy metal. Direte che oramai ci sono tanti gruppi che suonano così: è anche vero, ma preferiamo continuare a seguire gli originali che dal lontano 1984 fanno ancora tremare la terra.

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