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GOATWHORE: Vengeful Ascension

data

01/07/2017
55


Genere: Black Metal, Thrash Metal
Etichetta: Metal Blade Records
Distro:
Anno: 2017

Sto entrando in modalità Fantozzi. Nel momento stesso in cui cliccate sulla recensione, fissate la copertina e il voto affibbiato all'album inizio a vagare con lo sguardo in giro per la stanza, evitando occhiate indagatrici che -legittimamente direi- mi chiedono "e allora com'è sto album?". E intanto sudo, mi si intrecciano le dita, balbetto un "mah" e un "insomma" accompagnandoli con gesti vaghi. Ma poi la diga si rompe, non posso più ascoltare oltre 'Vengeful Ascension' e voi non dovreste farlo nemmeno una volta. Mi metto nei panni del maestrino zitellone ingrigito dalla routine, che era orgoglioso del suo alunno che manco per il cazzo studiava, ma che superava tutte le prove grazie alle sue doti naturali, e che ora deve ammettere che a questo giro gli è andata male, proprio non ci è arrivato. Parlo ancora per similitudini perché in realtà di intelligente c'è poco da dire su di loro e non sono neanche sicuro di averlo detto: i Goatwhore si vivono, si bestemmia insieme a loro, è metal al 666%. È come se una squadra rognosa come l'Atletico Madrid, da qualche tempo a un soffio dall'olimpo, esca dalla Champions ai gironi per mano di qualche squadra cipriota o islandese. Dal 2006 in poi, da 'A Haunting Curse' a seguire, i Goatwhore avevano messo a ferro e fuoco l'America, prima ancora di conquistare un giovane ascoltatore metal come me, la band minacciosa, semplicemente e fieramente satanica, che aveva meritato un votazzo altissimo su Metal Hammer con 'Carving Out The Eyes Of God'. Sono stati la mia introduzione a un certo tipo di metal, sono venuti prima loro dei Venom e dei Celtic Frost, per dire. Poi dite che la stampa era inutile... al contrario, influenzava molto! Questo per dire che 'Vengeful Ascension' è decisamente trascurabile, un alone sbiadito dei satanassi che furono i Goatwhore nei quattro dischi precedenti. Non fa schifo perché leggermente più accessibile (meno black e più thrash), è il connubio di forma e contenuto che stavolta è andato allegramente a puttane. Senza Erik Rutan dietro la registazione e il missaggio i brani sembrano solo delle versioni demo, uno deve metterci estrema attenzione per capire che in realtà rispetto al passato ci hanno anche provato ad essere più vari, a esplorare più aspetti del proprio sound. Alla fine capisci che è tutto lì, che uno dei riff-maker più cazzuti della Louisiana come Sammy Duet ha partorito un lavoro estremamente svogliato, ridondante e assolutamente indegno di nota. La benzina finisce, è comprensibile, non importa quanto valido sia il conducente (nel nostro caso Ben Falgoust, che canta come sa fare e anche lui un po' appannato). Triste, ma era nell'aria dopo un sacco di bestiali grandi album. Fine di un ciclo?

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