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GOATSNAKE: Black Age Blues

data

11/06/2015
85


Genere: Stoner Doom Metal
Etichetta: Southern Lord Recordings
Distro:
Anno: 2015

Goatsnake vuol dire qualcosa di estremamente squassante, fuori fase, che ti destabilizza, come una nave vichinga battente bandiera sudista. La band americana non arriverà sulle copertine delle riviste trendy come i Ghost, ma farà davvero venire un coccolone ai veri appassionati di deserto e riffoni giganti, quando la formidabile doppietta di 'Goatsnake Vol. I' e 'Flower of Disease' incendiava il panorama dello stoner doom. Si riprende proprio con le ultime note di "The River" (traccia di chiusura di 'FoD') e si attraversa un altro fiume di lava. Cosa è cambiato in quindici anni, undici se consideriamo l'EP 'Trampled under Hoof'? I componenti sono tornati quelli dell'esordio. La musica invece è più matura, accentua il proprio andamento blueseggiante, al contempo si fa più heavy, andando poi ad arricchire la tavolozza con cori di un soul/gospel spettrale. Il titolo dice tutto, è appunto un blues nerissimo, condotto dalla voce e dalla armonica di Pete Stahl, ancora in forma dopo tutto questo tempo. Come è possibile che una proposta così semplice e (all'apparenza) facilmente imitabile possa riconoscersi subito tra centinaia di emuli? Ce lo chiediamo ogni volta che affrontiamo un disco torcibudella come questo. Sarà che si sentono tutte le plettrate, fisicamente, una per una, come se fossero inferte sulla pelle? Anche per quello, naturalmente. La capacità di creare tanti micro universi tutti nella stessa canzone, grazie a riff grondanti grasso e messi a sfrigolare sulla griglia, non è cambiata. È anche questione di fantasia, perché prendiamo quel macigno di "Graves": sembra che il batterista la suoni su un drumkit fatto di pietra, eppure ci inserisce una campana che stranisce e stupisce, a un certo punto. Un esempio tra tanti, ogni brano ha la sua particolarità. Tanti piccoli dettagli che rendono 'Black Age Blues' un lavoro all'altezza dei suoi predecessori, che non può essere ignorato dagli amanti del genere. Tutti gli altri dovrebbero ascoltarlo comunque, per capire cosa significa davvero avere un dannato groove senza perdere di vista le radici blues e la forma canzone. È finita la carestia. 

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