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GIN LADY: Mother's Ruin

data

09/06/2013
68


Genere: 70's Rock
Etichetta: Transubstans Records
Distro:
Anno: 2013

Rimpiangiamo i Black Bonzo, lo facciamo sempre di più dopo che abbiamo la prova che i Gin Lady sono più che un progetto estemporaneo. Attenzione, non vogliamo certo liquidare con superficialità l'operato della nuova band che vede membri dei BB e degli All Janet, ma non c'è paragone. Uno spreco terribile di talento. Non di energia, perchè in 'Mother's Ruin' si risparmia, da questo punto di vista. Lo sforzo è minimo, si sente: l'esteriorità di coragioso doppio album cozza con la sostanza, semplice e diluita per dei lunghissimi settanta minuti. Le coordinate sono quelle dell'omonimo debutto: anni Settanta del rock, tra Rolling Stones e soprattutto i Led Zeppelin del periodo 'Physical Graffiti', con la tastiera a insinuarsi nel tocco hard/blues elettrificato appena della chitarra. Quello che rimane della precedente incarnazione di alcuni dei componenti è la ricerca di sembrare diversi nonostante si sia palesemente in terreni spogli, oramai aridi, per quelli che non sanno rivangare bene. I passi falsi sono quelli che rendono omaggio ai propri idoli e difettano di personalità in modo terribile, come "Rockin' Horse" che è "Rock 'n' Roll" degli Zeppelin svuotata di ogni goccia di sudore di Robert Plant e resa noiosa, a parte il piano in coda, come la titletrack che ha la linea melodica simile a "Maniac" di Michael Sembello. Ecco, non è tanto la originalità che manca, è che le canzoni si crogiolano in una rilassatezza che a tratti si fa irritante. Vogliamo che si muova qualcosa, non che ci addormentiamo attorno al solito giro blues. Fortunatamente, l'alternanza di canzoni più pacate a quelle in cui anche il cantante è meno cantilenante è l'arma vincente dei Gin Lady. Tante semplici composizioni, in cui la monotonia prende raramente il sopravvento sul groove e su gustosi tappeti di hammond e pianoforte, in cui si innestano tanti temi: dalla semiballad alla Black Crowes a momenti di ripresa dello stile di Jimmy Page, da brani più strutturati a pasticche psichedelice. "I Head For The Mountains" tiene il ritmo, una lunga e sostenuta scalata sulle rocce, qualche allucinazione, ma va tutto bene, anzi no, c'è "Far From Being OK" che fa il punto della situazione, con movimenti a onda che non fanno capire quando effettivamente è avvenuto il cambiamento del ritmo, quasi tribale. Citiamo le cose meno regolari, potremmo anche dire che "All Because Of You" è un bel pezzo, e lo è davvero, però -ancora una volta- vogliamo che i Gin Lady siano più intraprendenti, "scetati", come si dice a Napoli, perchè possono pure lasciare per sempre le velleità prog dei Black Bonzo, ma rinunciare a rendere originali in altro modo le canzoni non è il modo migliore per ripartire.

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