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DREAM THEATER: The Astonishing

data

16/02/2016
60


Genere: Progressive Metal
Etichetta: Roadrunner Records
Distro:
Anno: 2016

Se mai dovessi introdurre un figlio alla musica rock e metal più ambiziosa, uno dei primi avvertimenti sarebbe di diffidare dagli album con doppia introduzione, o introduzione e "ouverture" (legami con la classica, sempreverde grimaldello per vincere ogni resistenza), o ouverture e ouverture. Maledette ouverture, hanno rovinato la musica [semicit. Willy il giardiniere, qui]. Da lì nascono spesso le più grandi vaccate, e su due piedi ricordiamo 'Gods of War' dei Manowar, e non si tratta neanche di un disco prog. Se poi oltretutto è creato un mondo parallelo con mappe, personaggi, un concept che lega musica e testi, il rischio di fare il passo più lungo della gamba aumenta vertiginosamente. Ma d'altronde che competenza ho io per analizzare il tredicesimo lavoro della più conosciuta band di progressive metal di tutti i tempi? Probabilmente sto facendo un discorso che va contro i mulini a vento, e cioè contro i dati di vendita che sottolineano il gradimento dell'audience (qui). Semplicemente l'ascoltatore dei DT degli anni Novanta, o persino quello che ha tenuto duro sotto i colpi della inusitata violenza di 'Train of Thought', dirà che questo non è il gruppo che conosceva. O sono cambiati loro, oppure siamo cambiati noi. La storia a metà tra lo zucchero disneyano e la rivolta dei ribelli contro il cattivone che nel 2285 ha reso il mondo artificiale e in balia dei droni (musica compresa) è quanto di più distante dal prog ci possa essere. Certo, come accennavo prima se si ha quattordici anni le cose cambiano, o forse no. 'The Astonishing' sarebbe stato l'ideale per dei quattordicenni dello scorso secolo, ma lo sapete che oggi ascoltano già gli Shining eD i Forgotten Tomb? Questo per dirvi che il mondo cambia, noi cresciamo con i Dream Teater, ma loro no. O meglio, decidono di rivolgersi a un target preciso che non ha riscontro nella realtà. Lo fanno da cinquantenni imbolsiti e amanti più del mezzo che del fine, preoccupati a sembrare prog e giovani fuori piuttosto che ripetersi che i bei tempi sono passati e bisogna guardare avanti. Il progressive è guardare avanti, no? Gli Opeth ci sono caduti male su questa stessa cacca scivolosa, basta ascoltare 'Pale Communion'. Tornando a noi, vergognatevi se vi è uscito casualmente qualche paragone con 'The Wall', in cui ogni nota di Roger Waters ha un senso, un capolavoro maturo scritto a meno di quarant'anni. Qui si riempiono due dischi di ricotta simil-metal, registrata benissimo, con la speranza che il giovane ascoltatore possa godere più dei richiami al passato che per l'effettivo contenuto: oltre due ore in cui il pensiero di 'Metropolis pt. 2' è fortissimo, inizialmente come nostalgia, perché quello sì che è un concept fenomenale, poi come vero e proprio punto di rottura, perché "Brother, Can You Hear Me?" è stranamente simile a "The Spirit Carries On". Il giochetto delle assonanze non si regge per due ore, sarebbe una recensione più noiosa del disco (ed è tutto dire), ma sicuramente se conoscete non dico bene, ma anche discretamente la discografia dei Nostri potreste avere tante sorprese, rispetto alle quali i fanatici diranno che erano volute e noi non capiamo niente del mondo dei Dream Theater. Fa piacere che James LaBrie tenti di cantare, tenendo bassa la sua ugola da suocera impazzita, ma oramai è troppo tardi, anche sui registri bassi le cose non vanno benissimo, tra ennesime citazioni dal passato e atonalità diffusa. La partecipazione di David Campbell, padre di Beck e noto compositore al lavoro con i Muse per 'The 2nd Law' e un altro mucchio di artisti potrebbe essere un motivo in più per apprezzare le orchestrazioni e i fiati. E invece no, queste - che di per se andrebbero anche bene nella trasposizione sullo schermo di qualche saga fantasy per adolescenti - ingolfano ancora di più le scontate e spezzettate composizioni dei Dream Theater, come quello zio dalla pancia prominente che ti sfidava a tirare calci al pallone davanti casa, e poi dopo qualche minuto era piegato in due col fiatone, o con un ginocchio che si era rifiutato di compiere un movimento naturale. Logorroico e inconcludente, proprio come questo 'The Astonishing', che annuncia a gran voce il suo essere progressive, il suo sviluppo multimediale (musicale, visivo e testuale), ma in fin dei conti ha molto meno da mostrarci: giusto "The Gift Of Music", "Ravenskill", "A New Beginning", che purtroppo si sbrodola verso la fine con assoli sempre meno ispirati. Avete notato che lo stile dell'incipit di "A Better Life" è simile a quello di "Empire of The Clouds"? Se questo è prog, allora lo è anche 'The Book Of Souls'.

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