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DOKKEN: BROKEN BONES

data

18/09/2012
70


Genere: Class metal
Etichetta: Frontiers
Distro:
Anno: 2012

I Dokken hanno fatto la storia del metal cosiddetto "class", ovvero quell'hard rock potente e melodico al tempo stesso, ma capace di sferzate metal coi controcoglioni; tutto questo succedeva negli anni ottanta quando album come 'Under Lock And Key' spopolavano e davano il là a Europe e Bon Jovi; al crepuscolo di quella inarrivabile decade, ecco arrivare i primi litigi di Don con George Lynch, funambolico chitarrista che con il suo tocco peculiare aveva caratterizzato il sound della band di L.A., poi il conseguente scioglimento nel nefasto periodo (per il metal) grunge, passata la tormenta depressiva-flanellare nel 1994 i nostri tornano, ma il treno buono era oramai passato ed anche le composizioni di quel periodo ne risentono, cosicchè tra pruriti modernisti e collaborazioni varie, i nostri si disgregano pur rimanendo attivi col il monicker storico. Don e Mick Brown, fido batterista che assieme a Dokken è sempre stato presente, reclutano il bravo Jon Levin, dapprima alla corte della platinata Doro, ed ultimamenteSean McNabb, con passato nei Quiet Riot e negli House Of Lords. Il risultato? Come da previsione, visto quello che avevano fatto nel precedente discreto 'Lightning Strikes Again' é un clamoroso ritorno a quello che a Don e soci riesce meglio, class metal puro e cristallino, incastonato in una produzione volutamente eighties, e che se nella prima parte del cd si attesta su una "normale" routine, da "Victim Of The Crime"" in poi si staglia su livelli ben più eccellenti, con più varietà, tra sferzate metal come in "For The Last Time", o "Tonight", velleità da classifica come nella bellissima "Fade Away", affascinanti momenti acustici come in "Today", oppure coinvolgenti come in "Burning Tears". Ma c'è un ma, e riguarda la voce di Don Dokken: é chiaro che le cinquantanove primavere sul groppone non giocano a favore del vocalist e che, quindi, lui tenda a usare un registro basso e graffiante, ma questo non gioca a favore della riuscita dei brani che perdono di potenza ed espressività, per cui ci si deve accontentare, in fondo se la cava molto meglio di tanti altri!

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