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DISPERSION: Syntropy

data

05/03/2016
69


Genere: Post Black Metal
Etichetta: Unsigned
Distro:
Anno: 2016

Cosa unisce Italia e Bangladesh? Il fatto che entrambi gli Stati ospitano un gruppo chiamato Dispersion (provare per credere, stavamo per sbaglio inserendo il contatto Facebook degli asiatici qui a sinistra). Focalizziamoci invece su quelli più vicini a noi, i trevigiani, alle prese con il primo full length dopo un EP nel 2014. La band è giovane, ma conosce già alcuni trucchi del mestiere. Fai post-black metal? Se crei un'atmosfera sei a metà del lavoro, pur se i tuoi spunti iniziali sono ancora da livellare e far fiorire. 'Syntropy' è proprio un'incessante erosione delle nostre resistenze, con la componente più violenta a scartavetrare le ossa e le melodie camaleontiche e insistenti della chitarra sullo sfondo che ricostruisce un mondo livido, teso e minaccioso. La grande espressività del tessuto musicale sopperisce alla lieve monotonia del cantato (che è discontinuo, tra l'altro: in "Throne of Balance", conclusione da urlo, è impressionante, in altre parti invece non è valorizzato al massimo), accompagnando la riflessione dei testi dell'album su tematiche al contempo filosofiche e antropologiche (rapporto uomo-natura, la guerra, la tecnologia e la creazione di un nuovo ordine nella natura). Sulle prime è difficile entrare a pieno in 'Syntropy', complice una "Hills Of Pangaea" smaccatamente introduttiva e non accattivante come il prosieguo. Anche l'interlocutorio e delicato intermezzo "Consequences" si dimostra molto più ispirato, ma il pezzo forte sono i quattordici minuti di "Tides of Ages", in cui l'Italia sembra aver trovato i suoi Deafheaven (o Bosse de Nage, se i primi vi vergognate ad amarli). Certo, bisogna ancora affinare alcune parti poco agili: per esempio, l'inizio di "Wanderers, Seekers" sembra un crescendo tutto finalizzato a un'epica seconda parte di canzone che però non arriva mai e si resta un po' delusi. Si vola abbastanza in alto e si riesce a mantenere uno standard qualitativo che fa davvero pensare a un futuro roseo... Come la copertina di 'Sunbather'.

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