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DENIED: Let Them Burn

data

04/04/2013
67


Genere: Heavy Thrash Metal
Etichetta: Sliptrick Records
Distro:
Anno: 2013

Non è mai facile scrivere di un disco "classico", si tendono a dire sempre le stesse cose e si finisce per dare ragione a quelli che pensano che il metal sia tutto uguale. È pure vero che a volte - sempre più spesso, ultimamente - sembra che il massimo a cui voglia puntare un gruppo sia "tu suoni proprio come Tizio", mentre chi scrive pensa che questo voglia dire, nella maggior parte dei casi, che l'ispirazione è bella morta e sepolta. Assunto ciò, possiamo dire che il disco dei Denied è proprio quello che sembra, non fa niente per sembrare altro, si autodetermina in modo molto preciso. Addirittura, ci sembra che sia fin troppo semplice, stavolta, trovare il capo e la coda di 'Let Them Burn'. Spieghiamoci meglio, visto che chi ha scorto il voto in basso starà chiedendosi come mai è così alto rispetto a un cd che si prospetta molto semplice da comprendere. Ebbene, se vi diciamo che le potentissime vocals ci hanno ricordato in alcuni punti quelle di M. Shadows degli Avenged Sevenfold, oltre a pensare che lo scrivente sia impazzito, cos'altro può venirvi in mente? A noi una cosa molto semplice, e cioè che il metallaro dalle vedute ristrette continuerà a supportare per principio gruppi da revival (come i Denied, non c'è nulla di male a dirlo) e a rompere le corna ad altri della nuova ondata che hanno diverse cose da dire. Sarà solo una caratteristica, ma tant'è. La schematicità di 'Let Them Burn' si sostanzia in una manciata di brani davvero riusciti, turbolenti, scatenati e senza alcuna voglia di concedere spazio ad allegre melodie: solo metal da cori incazzati e pugni chiusi alti verso il cielo. La "ballata" al terzo slot della tracklist, che mette in evidenza la grande versatilità del cantante, è uno spartiacque. Segue purtroppo un calo vertiginoso, una sfilza di mid tempo indigesti e scopiazzanti i Nevermore, in modo imbarazzante e tedioso, perchè la complessità e la teatralità della band americana è sacrificata e resa bidimensionale. Quando poi anche un brano veloce scorre senza alcun sussulto, pensiamo che i Denial siano alla frutta, invece parte il grandioso grumo di doom che sa molto di Black Sabbath degli anni Ottanta. Si conclude con una track bastardissima, menefreghista, che esprime un lato finora poco vistoso dei nostri. Forse bisogna lasciare che lo spirito animalesco esca fuori con più veemenza. Un disco che interamente non dice tantissimo, ma la metà delle canzoni si fa ascoltare con moltissimo piacere.

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