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BLACK SABBATH: 13

data

14/06/2013
86


Genere: Hard Doom rock
Etichetta: Vertigo
Distro:
Anno: 2013

Alzi la mano chi non aspettava questo disco, c'è gente che non ha fatto altro dal 1979, anno della cacciata/fuoriuscita di Ozzy, ignorando, ingiustamente, l'epoca Dio e i dischi con Tony Martin, reputando il madman l'unico oscuro menestrello in grado di decantare gli incubi della premiata ditta Iommi-Butler. Ecco che il momento è arrivato dopo innumerevoli tira e molla, reunion più o meno prolungate e nuove separazioni dovute allo zampino della mogliettina del principe delle tenebre, il diciannovesimo album in studio della seminale band di Birmingham è finalmente realtà, anche senza Bill Ward, difatti il batterista originale non si è piegato ai diktat contrattuali dell'entourage e ha preferito non far parte del ritorno più importante visto che l'agognato disco di inediti è arrivato, al contrario di altre volte in cui tutto, o quasi, è finito in una bolla di sapone. Per chi pensa che '13' possa contenere qualcosa di innovativo rispetto al classico Sabbath-sound, resterà con un pugno di mosche, qui dentro ci sono otto nere perle (undici nella deluxe edition) di hard-doom-psichedelico come i Black Sabbath hanno fatto sempre nei dieci anni di iniziale carriera, cioè quando Ozzy ne ha fatto parte, le differenze con i tempi passati sono da ricercare nella produzione del maestro Rick Rubin, che dà una pulizia ed una potenza al suono che, naturalmente, Rodger Bain nei primi anni settanta non poteva dare ed inoltre nel fatto che l'effetto sorpresa oramai non c'è più, troppi gli anni passati da quando i dischi dei nostri spaventavano tutti, nel frattempo epigoni, scopiazzatori, o semplici gruppi che ne sono stati influenzati hanno scritto pagine importanti, ma la magia che si percepisce fisicamente quando attacca "End Of The Beginning" non può essere emulata e così inizia l'ennesimo viaggio tra gli abissi, con questi otto minuti di classico doom subito doppiati dai fantastici nove minuti di "God Is Dead?", ipnotica track con un Ozzy cantilenante ed un arpeggio di Tony Iommi che più cupo non si può; e quando parte la seguente cavalcata ecco saltare ancor di più all'orecchio il caratteristico multiforme pulsare del basso di Geezer Butler, quello che dalla produzione di Rubin ha tratto più giovamento. "Loner" è più classicamente hard, quasi una outtake da 'Never Say Die', ma poi arriva "Zeitgeist" ed ecco che si rispalancano le porte dell'inferno, lo stesso creato dall'ipnotica "Planet Caravan" quarant'anni fa, e non dite che i Sabbath si riciclano, queste atmosfere le hanno create loro, e quindi ne dispongono a loro piacimento. Segue "Age Of Reason" ed ecco l'ennesimo pezzo trainato dal riffone made in Iommi e dal basso spaccaossa di Geezer, ma anche dal comprimario che non ti aspetti, ossia il drummer Brad Wilk, ex Audioslave e Rage Against The Machine, che non è fantasioso quanto Bill Ward, ma senza cadere in ipertecnicismi spara cannonate che rendono certi pezzi come questo, o la successiva "Live Forever" , particolarmente dinamici. Attenzione, però, la luce sta per scomparire di nuovo e le tenebre ritornano a farla da padrone con il blues malato di "Damaged Soul" con un Ozzy "effettato" che ci conduce per mano in mezzo all'incubo psichedelico creato dai suoi fidi compari, ma sopratutto con la degna chiusura affidata a "Dear Father", il cui riff ossessivo ci trasporta in un turbine di autocitazioni fino ai conclusivi rintocchi di campana a morto in mezzo ad un temporale iniziato venerdì 13 febbraio 1970, e che sembra che non voglia ancora finire...

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