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AVATARIUM: AVATARIUM

data

26/11/2013
83


Genere: Hard Doom Rock
Etichetta: Nuclear Blast
Distro: Warner
Anno: 2013

Leif Edling è come Re Mida, tutto quello che tocca diventa oro, o quasi. Messi in standby i Candlemass per l'ennesima volta, si butta a capofitto nel nuovo progetto Avatarium e come dicevamo, anche in questo caso, il suo tocco è magico: i quasi cinquanta minuti del debutto su lunga distanza di questa nuova incarnazione musicale sono qualcosa di sublime per chi, come per chi scrive, reputa il doom la faccia più credibile e creativa del metal attuale. La passione per i generi che andavano a braccetto intorno al 1970, psichedelia, progressive e blues, viene qui sublimata definitivamente con la musica più oscura del globo, l'ascolto di 'Avatarium' è la soluzione per chi vede tutto nero, oltre alla coltre oscura ci sono raggi splendenti che la bucano come durante una mattina autunnale, il senso di desolazione è tutt'intorno, ma la speranza che ci sia ancora un futuro non è sopita e risiede tra le sette perle concepite da questo fantastico artista. Ma non si creda che solo il buon Edling abbia concepito tanta grandezza retro (hard) rock, insieme a lui c'è il riff maker degli Evergrey, Marcus Jidell, il batterista dei Tiamat, Lars Sköld e il fido Carl Westholm, tastierista dal tocco vintage, che tanto aveva caratterizzato due album sottovalutati come 'Dactylis Glomerata' e 'From The 13th Sun', ma sopratutto la brava e bella - il che non guasta - Jennie-Ann Smith, cantante di cui non si sa quasi nulla, anche se ora sappiamo tutti che ha delle doti notevoli, come si spiegherebbe allora il fatto che ci si accorge dei continui cambi di umore che pervadono la cupa iniziale "Moonhorse", e l'inizialmente delicata successiva "Pandora's Egg" se non con il fatto che lei le interpreti con la massima naturalezza? Cosa che per il resto fa anche con le altre song, dalla title track, vagamente progressive a "Boneflower", il pezzo più diretto del lotto, da "Bird Of Prey", highlight di questo album col suo incedere solenne a "Tides Of Telepathy", che sfocia su lidi diversi da quelli finora bagnati, fino alla conclusiva "Lady Of The Lamp", blueseggiante ed estraniante. La cosa più rimarchevole di questo album è che pur essendo retrò, non è statico, non cade nel magma ostico del doom oppressivo, grazie alle strutture create da Leif e compagni e ripetiamo, sopratutto grazie alla maiuscola prestazione di Jennie, che dà un'impronta particolare, unica e riconoscibile. Re Mida è lontano dall'abdicazione!

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