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ATROCITY: Okkult

data

08/05/2013
74


Genere: Symphonic Death Metal
Etichetta: Napalm Records
Distro:
Anno: 2013

Erano diversi anni che gli Atrocity versavano in cattive acque: ogni 'Werk' di cover degli anni Ottanta era più imbarazzante dell'altro, poi la svolta folk stava affossando la buona condotta tenuta dalla band, con 'Atlantis' ultimo buon disco (niente di speciale però) risalente a quasi dieci anni fa. Quando abbiamo visto la copertina di 'Okkult' abbiamo pensato subito che qualcosa era ancora una volta cambiato, perchè la bruttezza dell'artwork è impressionante, ma è il feeling che conta, e quello c'è e richiama i primi lavori dell'enseble tedesco. Alexander Krull è tornato più in forma che mai, ha lasciato Liv Kristine a fare gorgheggi nelle backing vocals, il retaggio folklorico e la sorella Yasmin riposti in soffitta (anche se non crediamo definitivo), a noi invece un ritrovato smalto. Il drumming forsennato e inarrestabile accompagna in modo naturale le varie parti di questa pièce colma di riferimenti all'occulto, alle vecchie e sempre efficaci tematiche di morte, sangue e simili. Basta dare uno sguardo ai titoli, su tutti il manifesto della vecchia scuola di "Death By Metal", in cui ci si guarda indietro in un modo che ora più che mai serve alla band per capire cosa è stata nel passato. A proposito, non citiamo lavori stratosferici e originalissimi come 'Todessehnsucht' e 'Hallucinations', in cui il death era la via principale verso gli annali del metal. Non è la stessa cosa: qui è prevalente una attitudine teatrale, volta ad abbagliare piuttosto che a colpire, e a molti sembrerà vero e proprio fumo negli occhi. Death sinfonico, allora: growl marcio alla Martin Van Drunen (meno profonde naturalmente) e trame delle chitarre che esse stesse fanno parte dell'orchestra dei dannati, con varie escursioni in sonorità più doom o più velatamente industriali ("Satan's Braut"). Il complessivo risultato fa ben sperare, togliendo il plagio di "Jihad" degli Slayer in "When Empires Fall Into Dust" e qualche ingenuità (il riff portante di "Haunted By Demons") che non si confà a un gruppo a suo modo esempio di una vena artistica sempre piena di nuove suggestioni. Qualche brano sa di Ecnephias, altri di Dimmu Borgir di una decina d'anni fa (sicuramente per le orchestrazioni): si fa piacere soprattutto perchè è l'inizio di un percorso di riabilitazione, ma la qualità c'è e la produzione bombastica non deve spaventare.

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