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ASHENSPIRE: Speak Not of the Laudanum Quandary

data

13/02/2017
63


Genere: Avantgarde, Progressive Black Metal
Etichetta: Code666 Records
Distro:
Anno: 2017

Qualche giorno fa uno dei miei contatti Facebook si chiedeva se era giusto parlare di "progressive black metal" o invece questa definizione è totalmente agli antipodi rispetto al black metal, anche alla luce degli ormai diffusi melting pot con l'hardcore. Ebbene, possiamo chiamarlo anche prog metal tout court, extreme prog metal, avantgarde o Gianfilippo metal, alla fine sono etichette che vanno e vengono. La musica invece resta, comunque la si definisca. O meglio dovrebbe restare. Più o meno questa è la situazione degli Ashenspire, esordienti che non possono essere tacciati di timidezza o di essere poco espansivi. I pezzi vanno dai sette ai dodici minuti, con l'eccezione di una interlocutoria "A Beggar's Belie", e ripongono tutte le loro speranze su un complesso coacervo poco organizzato e ancora da affinare in molte sue parti. Si sente che sarà un lungo travaglio già dai primi momenti di "Restless Giant", gli scozzesi si prendono tutto il tempo per dipanare i propri testi pregiati e declamati da Alasdair Dunn come se fossimo a teatro. Chi altro, nel 2017, ci narra dell'imperialismo britannico di qualche secolo fa? Come pietra di paragone salta subito all'orecchio quanto fatto dai Vulture Industries. La differenza, vera porta temporale che cerca di avvicinarci a quanto cantato, la fa il violino. Non pensate che siano evoluzioni incontrollate come nei Ne Obliviscaris, qui lo strumento supporta le canzoni in modo egregio e aggiunge pathos dove serve, spesso ravvivando la fine delle composizioni, tirate un po' troppo per le lunghe. È questo il problema principale di 'Speak Not of the Laudanum Quandary': idee pur buone, ma disposte in modo troppo scolastico per colpire, ancora lontane dall'imprevedibilità dei Dodheimsgard o degli ultimi Emperor/Ihsahn. È soprattutto la voce che fa sorgere i maggiori dubbi, poiché sono davvero pochi i momenti in cui abbandona il registro da palcoscenico a volte troppo esasperato per farsi più violenta e in quegli episodi ("Grievous Bodily Harmonies" e la title track, i più riusciti) si ha un'impressione molto migliore. Se non si prende nel complesso, ma nei singoli momenti e a piccole dosi, l'album è anche godibile. Da riascoltare in futuro e sempre con molta calma.

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