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ARTHEMIS: Blood - Fury - Domination

data

06/04/2017
73


Genere: Heavy Power Thrash Metal
Etichetta: Scarlet Records
Distro:
Anno: 2017

No. Se gli Arthemis hanno voluto fare la canzoncina facile, che parte con un riff introduttivo tra i più belli dell'album e poi si spreca in facilonerie assortite alla forsennata ricerca del ritornello acchiappone, tra cui la coda orientaleggiante di un altro riff, stavolta molto più banale... beh, buon per loro. Ma non potevo credere che "Undead" fosse anche minimamente rappresentativa del loro settimo nuovo album. Ricordando solo alcuni dei singoli degli scorsi anni ("Vortex, "Scars On Scars", "We Fight") sono rimasto alquanto sconcertato dall'apparente involuzione avvenuta. Sembrava che Martongelli avesse scritto il pezzo su due piedi, una pura formalità. Per fortuna 'Blood - Fury - Domination' è ben altro e tiene fede per buona parte della sua durata al suo titolo. Innanzitutto deve sottolinearsi la stellare performance di Fabio Dessi, in continua crescita e oramai integrato a pieno regime in questo sound a cavallo tra heavy e power dal gusto thrash e moderno. Non credo ci siano ancora persone che vaneggiano di un ritorno di Alessio Garavello, a maggior ragione dopo aver ascoltato i brani di punta di BFD. L'album spara le sue migliori cartucce dalla seconda alla ottava traccia, poi si perde di nuovo nella poco significativa "Firetribe", che per alcune parti sembra una "Undead" - bis: è brutto non avere riff abbastanza palpabili e buttare alle ortiche delle linee vocali ancora una volta molto ispirate. "Rituals" invece è la rivincita del Martongelli rispetto ad alcuni suoi momenti di appannamento e stravince l'amichevole duello col cantante, riprendendosi il centro del palcoscenico. A parte ciò la piccola stella degli Arthemis riesce ancora a brillare e ogni dannata volta, e quando partono brani da urlo come la priestiana (nei riff) "Blood Red Sky" o la perla più melodica "Blistering Eyes" ci si chiede come possono avere più visibilità di loro certi gruppi cialtroni e con un gusto più povero. La ballata "If I Fall" è penalizzata da un arrangiamento un po' pacchiano, ma compie la sua missione di intermezzo verso la tripletta devastante che rappresenta il cuore, i muscoli e il cervello necessari per suonare metal di estrazione classica al giorno d'oggi senza risultare bolliti o ultra-derivativi perché "Warcry", "Into The Arena" e "Dark Fire", con caratteristiche proprie e diversa l'una dall'altra, sono tra le cose migliori uscite a firma di questa uscita. Con i suoi pregi e i suoi difetti, un album vitale e frizzante.

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