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ALICE IN CHAINS: THE DEVIL PUT DINOSAURS HERE

data

09/06/2013
91


Genere: Hard Grunge
Etichetta: Emi
Distro:
Anno: 2013

Rieccoli! Più forti della sfiga che imperversa su di loro, vedasi la scomparsa due anni fa del bassista originale Mike Starr, tornano gli Alice In Chains con quello che risulta essere il loro quinto full lenght in studio, senza quindi contare Ep e live vari. Vero è che come per chi scrive, anche per molti altri fan che hanno imparato ad amarli nella prima parte della loro carriera, metabolizzare la scomparsa e di conseguenza la mancanza di Layne Staley, particolare e fenomenale interprete degli incubi visualizzati nei testi dell'Alice più rock del mondo, è una cosa difficilissima, troppo l'affetto per lo sfortunato singer di Seattle. Troppo il suo talento per restare indifferenti al fatto di non poterlo più ascoltare, ma Jerry Cantrell aveva ancora molte cose da dire, e farlo insieme ai vecchi compagni di band piuttosto che da solista - ricordiamo gli ottimi 'Boggy Depot' e 'Degradation Trip' - era la cosa più giusta da fare, non era possibile che una band così innovativa e talentuosa finisse nel dimenticatoio ancor prima di aver espresso tutta la sua oscura bellezza e poliedricità. Ecco così che Jerry, Mike Inez e Sean Kinney scoprono William DuVall, sorta di gemello a livello fisico di Lenny Kravitz, ma con una peculiarità importante, oltre ad aiutare Jerry nelle parti di chitarra, una voce straordinaria che gli permette di emulare Layne nei suoi pezzi, ma di non farlo in quelli nuovi, evitando così di snaturarsi e riuscendo ad integrarsi perfettamente con la voce del biondo chitarrista, il quale, già dall'album autointitolato del 1995, aveva preso in mano le redini delle lead vocals a causa dei continui problemi di droga del compianto Staley. Ma veniamo al nuovo 'The Devil Put Dinosaurs Here', successore dopo quattro anni del bellissimo 'Black Gives Way To Blue', capolavoro che ci restituiva una band per fortuna in piena forma e senza più problemi di sorta, anzi con un sound più corposo grazie alle due chitarre ed un basso distorto da paura. Ecco il suono del nuovo album é praticamente lo stesso, voluminoso e di largo respiro, ma sono le atmosfere a cambiare, qui si respira un'aria più greve, che rende difficoltose sia l'ascolto, sia l'assimilazione dei pezzi stessi, caratteristica che da sempre ha contraddistinto la band di Seattle, basti pensare alla voluminosa pesantezza di quello che è stato scelto come primo singolo, ovvero l'opener "Hollow", guardatevi il video e capirete ancor di più; leggera svolta verso qualcosa di più accessibile con il secondo singolo "Stone", condotta dall'ennesimo riffone stoner che già aveva caratterizzato la splendida "Check My Brain", ma le melodie malate tipiche della band ritornano in "Pretty Done", mentre nella title track c'è spazio anche per cose più "easy", prendete questo termine con le dovute precauzioni, ascoltate la stupenda "Voices", semiacustica come "Scalpel". La seconda parte del cd ricalca quasi l'andamento dell'esordio 'Facelift', parti più dilatate, quasi vicine al grunge più oscuro, ma sempre con un'attitudine metallica che salta fuori sempre in tutte le parti di chitarra di Cantrell, sia a livello solista, sia ritmico, prova ne sono "Low Ceiling" e la paranoica "Lab Monkey". Bellissima la dinamica "Breath On A Window" dove finalmente anche William si fa sentire, "Phantom Limb" è aperta dall'ottimo riffing heavy e dalle melodie dissonanti, le stesse che gli AIC insegnano ad altri epigoni da anni (chi ha detto Godsmack e Warrior Soul?); chiudono il tutto "Hung On A Hook" e "Choke" nella maniera più malinconica e difficile che tanto piace di questa fenomenale band ed ancora è DuVall sugli scudi. Cos'altro si può dire? Non ci sono parole abbastanza efficaci per spiegare come gli AIC abbiano dato alla luce l'ennesimo grande album, e l'ennesimo diverso capitolo, come sempre, una spanna sugli altri a stagliarsi tra tutte le uscite impersonali di questi tempi. Fenomenali!

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